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Ventotene è un comune di 633 abitanti della provincia di
Latina, esteso sull'isola monima e la vicina isola minore di Santo Stefano, entrambe appartenenti all'arcipelago delle isole Ponziane, nel Mar Tirreno.
Ventotene è anche conosciuta per il Manifesto di Ventotene (redatto da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, oppositori del regime fascista ivi
confinati), che, nel 1941, in pieno conflitto mondiale chiedeva l'Unione dei paesi europei e che costituirà il riferimento ideale cui guarderanno in molti negli anni successivi per il processo di integrazione continentale.
Tra gli altri confinati si ricordano l'ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini, Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Lelio Basso, Mauro Scoccimarro e Giuseppe Romita.
L' Isola
Ventotène è un'isola del Mar Tirreno, situata al largo delle coste del Lazio e della Campania. L'isola ha origini vulcaniche, e fa geograficamente parte dell'arcipelago pontino.
Ventotene ha una forma allungata, misura circa 3 chilometri ed un'altitudine massima di 139 metri, giurisdizionalmente fa parte dell'omonimo comune (abitato da circa 600 persone) e della provincia di Latina. L'Isola di Santo Stefano si trova a circa 2 chilometri ad ovest, mentre Isola di Ponza è a 40 chilometri ad est.
Le Origini
Alcune eruzioni riconducibili a circa un milione e settecentomila anni fa
(Villafranchiano antico), proiettarono fuori dal mare lave e materiali piroclastici che dettero vita, in breve, all'isola di Ventotene che
venne così a costituire la parte superiore di un cono vulcanico.
Dopo la prima plasmatura la definitiva ossatura dell'isola si realizzò
circa un milione e duecentomila anni fa, allorquando una nuova eruzione consoliderà la struttura dell'isolotto di S.Stefano.
Storia
Ventotene era conosciuta ed abitata anche al tempo dei Romani, i quali usavano chiamarla Pandataria o Pandateria.
Divenne famosa perché fu il luogo in cui l'imperatore Tiberio esiliò la nipote Agrippina nel 29 d.C.. Sull'isola la donna morí di fame (probabilmente per ordine dell'imperatore stesso) nel 33 d.C.
Del periodo romano a Ventotene sono rimaste diverse rovine di ville ed acquedotti, il porto antico e le peschiere modellate nelle rocce vulcaniche di tufo.
I monumenti
I monumenti
più significativi di Ventotene sono dati dalla grande villa (con
il nucleo principale a Punta Eolo e padiglioni alla peschiera e
complesso soprastante), dalle cisterne di alimentazione
dell'acquedotto, dai resti (in via di totale depauperamento) della
necropoli e del porto. Per quanto riguarda la cronologia dei
monumenti,l'intera orditura topografica di Ventotene si può far risalire
al momento di trapasso tra la Repubblica e l'Impero. 
Probabilmente di pari passo con la fine dell'uso della villa come sede di
esiliati imperiali (avvenuta alla fine del I sec. d.C. con Domitilla)
anche tutto il patrimonio isolano risentì di un calo di sfruttamento a
livello di impianti residenziali, quanto meno ad opera dell'apparato
imperiale. Venuta meno pertanto la "necessità" di una
utilizzazione di Ventotene, e poi anche di
Ponza, è molto probabile che, in analogia con quanto accaduto nelle ville
della non lontana penisola sorrentina, anche per Ventotene le splendide
dimore residenziali cessarono la loro funzione con la fine del II sec.
d.C.
La grandiosità delle strutture, sconsigliando, da un lato, la eventuale
ristrutturazione integrale, poté, dall'altro, aver offerto lo spunto per
una riutilizzazione parziale, cosa questa comunque verificatasi a partire
dall'alto Medioevo.
Il Porto Romano
Il
porto è il risultato di una escavazione artificiale (ben 60.000 metri
cubi asportati) del banco tufaceo che degradava a mare: ne è venuto fuori
un bacino profondo in media m. 3 completamente circondato, e quindi
protetto, dalla roccia. Un porto anomalo quindi, non tanto proteso in mare
quanto tenacemente aggrappato alla terraferma, quasi timoroso e presago
della tremenda forza dei marosi che l'avrebbero incessantemente
flagellato per secoli. La sua realizzazione va posta nel quadro dello
sfruttamento intensivo dell'isola, iniziatosi nel periodo di trapasso tra
Repubblica e Impero e va comunque considerata già interamente compiuta
nella prima età augustea, con l'annessione di Ventotene tra le proprietà
imperiali. L'imboccatura del porto, rivolta ad Est, consente l'accesso
anche in condizioni di tempo cattivo
con venti di Maestrale e Libeccio; la conformazione interna del bacino,
parallelo alla linea di costa in direzione Nord-Sud, offre una validissima
protezione contro tutti i venti; solo i venti forti da SE provocano
all'interno una leggera risacca, noiosa ma non sempre pericolosa.
Il porto grazie alla sua felice collocazione, veniva a costituire il
cardine dello sfruttamento residenziale di Ventotene, incentrato nella
fronte orientale dell'isola (villa a Punta Eolo).
Il porto doveva essere utilizzato principalmente da navi onerarie di
piccola e media stazza, in grado di assicurare regolarmente, salvo
eccezionali avverse condizioni metereologiche, i rifornimenti ed il
periodico collegamento con la terraferma agli abitanti dell'isola. In caso
di necessità il porto costituiva un valido ricovero anche per
imbarcazioni di maggiori dimensioni
fino a 30/35 m. di lunghezza. Dato che le navi da carico utilizzavano
esclusivamente la vela quadra e non i remi, è probabile che le grandi
bitte, ancor oggi visibili all'imboccatura del porto, servissero, oltre
che a sbarrare l'accesso con l'aiuto di catene, che dovevano essere
alloggiate in una retrostante piccola grotta scavata nel tufo, anche a
facilitare l'ingresso, in caso di necessità, grazie all'ausilio di cime
da traino a terra.
La Peschiera Romana
Nella parte centrale del banco roccioso
che si protende in mare, ai piedi dell'attuale faro, fanno ancora bella
mostra di se i resti di una peschiera del tipo ex petra excisa, cioé
scavata nella roccia, particolarmente raccomandata da Columella (il grande
teorizzatore dell'ittocolutura, vissuto nel I sec. d.C.) per l'efficacia
produttiva.
Le peschiere erano dotate sul fondo di canali per il ricambio delle acque,
congegnati con una sorta di chiusura a saracinesca, così da impedire la
dispersione in mare dei pesci; inoltre esistevano canali di collegamento
tra le vasche attraverso i quali si facevano convogliare i pesci da uno
scomparto all'altro.
Oltre ad assicurare ai pesci un'acqua mai stagnante, si provvedeva anche a
ricreare l'ambiente marino a loro congeniale mediante piccoli scogli
coperti da alghe o anfratti ricavati nelle strutture e ancora, come a
Ventotene, zone coperte e ombrose per proteggerli dal forte sole estivo.La
realizzazione di peschiere rappresenta una delle caratteristiche del mondo
romano, durante
il I sec. a.C. negli ambienti di ceto sociale elevato si comincia a
prediligere il pesce marino e le ville marittime della famiglia imperiale
vengono dotate di peschiere sofisticate, mentre il pesce d'acqua dolce,
continua ad essere apprezzato solo dalle classi povere.In particolare
nella struttura di Ventotene, possiamo notare una tripartizione del
complesso ittico.
Partendo dalla costa abbiamo due vasche coperte nelle quali tra l'altro
sfociavano i condotti di acqua dolce per la miscelazione con quella
marina, in cui i pesci potevano rimanere al riparo da sole e dal moto
ondoso; qui potevano anche, grazie ai ricettacoli sommersi, procedere alla
deposizione delle uova per una tranquilla nidificazione. In queste vasche
l'agibilità interna era assicurata, soprattutto per il personale di
servizio, da una banchina risparmiata nel banco tufaceo, oggi a pelo
d'acqua ma anticamente emergente, larga circa 1 m. Questi ambienti, come
mostrano ancora delle tracce, erano decorati con intonaci e stucchi
colorati.
Segue poi un settore, quello centrale scoperto, caratterizzato da una
grande vasca delimitata da una banchina, oggi sommersa, larga circa m.
1,50. La vasca era divisa in due da un diaframma in cui si aprivano due
saracinesche. Nel vano meridionale era ricavata una orditura di murature
circolari che delineavano concamerazioni nelle quali potevano circolare i
pesci, guidati e
obbligati nel percorso da una sapiente sistemazione di grate e paratie
manovrabili dall'alto e fornite di fori calibrati per consentire il
passaggio dell'acqua e nel contempo impedire la fuga dei pesci. Il settore
più avanzato era costituito da un avancorpo, risparmiato nel banco
tufaceo, che fungeva da frangiflutto per proteggere il vivaio dalle
mareggiate. Era questo il settore
in cui venivano ricavati i canali di comunicazione con il mare che
consentivano il regolare cambio delle acque. Gli stessi canali dovevano a
volte servire, con la miscelazione dell'acqua marina e quella dolce, ad
attirari i pesci dal mare immettendoli direttamente nella peschiera.
Venivano creati, a partire dalla fronte a mare, percorsi obbligati in cui
attirare, con una dosata e crescente miscelazione con l'acqua dolce, i
pesci cui, man mano avanzavano nella piscina, veniva impedita la fuga
calando alle spalle le saracinesche.
La Villa di Punta
Eolo
La villa , detta comunemente di Giulia
dal nome della prima esiliata, si distende per oltre trecento metri di
lunghezza e circa cento di larghezza, sul promontorio di Punta Eolo.
Occorrerà solo un pò di attenzione per riconoscervi cortili, stanze,
corridoi, giardini, cisterne, terme ecc., vale a dire tutto quell'insieme
di elementi che costituivano l'intelaiatura della maestosa villa.Quasi
ovunque regna sovrana l'opera reticolata, affiancata qua e là da
strutture in laterizio fatte di sole tegole: è questo un indizio sicuro
per la cronologia dell'impianto originario che andrà fissata alla prima
età augustea. Tracce di rifacimenti con mattoni, con rozza muratura o
addirittura con strutture di recupero, si vedranno un pò ovunque,
soprattutto in quelle parti maggiormente esposte all'azione combinata del
vento e dei marosi.
Le Cisterne e
l'acquedotto
Al tempo dei romani
l'approvvigionamento idrico veniva costantemente garantito dalla presenza,
nelle zone abitate, di serbatoi in cui veniva convogliata, mediante vasche
di raccolta e canali di immissione, l'acqua piovana. Il punto nevralgico
del sistema di alimentazione di tutta l'isola è situato in posizione
strategica e funzionale, quasi a metà dell'isola. Non potendo contare,
contrariamente ad es. a Ponza, su di una sorgente in grado di soddisfare
costantemente le richieste idriche, a Ventotene si fece ricorso alla
istallazione di due enormi serbatoi, capaci di raccogliere direttamente le
acque piovane e indirettamente quelle di filtrazione. Si crearono così
due grandi contenitori nel lato meridionale dell'isola, così da poter
captare e incanalare le acque di filtrazione provenienti dai displuvi a a
monte e nel contempo raccogliere, per la loro particolare stutturazione,
quanta più acqua possibile durante le periodiche precipitazioni piovose.
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